Ogni ordine è un crimine, ogni rivolta un bene

Sotto a chi tocca

in Capitale/La loro società di

Oggi a me domani a te

Ci risiamo. Non c’è niente da fare. A nulla sono valse le catastrofi umanitarie che puntualmente hanno generato andandosene in giro per il globo a esportare democrazia. Gli Stati Uniti d’America non hanno ancora imparato la lezione. O forse, molto più semplicemente, è proprio questa la lezione che desiderano continuare ad impartire a chi non si piega alla legge del più forte. Da Cuba alla Siria, la lista degli orrori è lunga e le ferite ancora aperte. Oggi tocca al Venezuela ascoltare la voce del padrone.

Non sono lontani i tempi della dottrina Monroe, dove si ammetteva candidamente che gli Stati a sud dell’Impero yankee fossero il giardino di proprietà statunitense. E infatti, in barba ad ogni principio di autodeterminazione dei popoli, hanno fatto quel cavolo che hanno voluto: colpi di Stato, massacri di civili, torture, e altri fulgidi esempi di umanità e fratellanza. Lo scopo, unico e indivisibile, mantenere l’egemonia economica e geopolitica in tali aree, guarda a caso ricche di materie prime e petrolio. Se poi nel giardino dovesse spuntare un qualche presidente socialista o comunista, benché eletto democraticamente dai propri cittadini, l’affronto appare imperdonabile. E parte la cura a stelle e strisce: ieri i militari (vedi Allende), oggi le sanzioni economiche.
Senza voler fare alcuna difesa dell’operato di Maduro, credo che il “caso Venezuela” vada affrontato ponendosi dalla parte del buon senso – così di moda in questa fase politica – respingendo con fermezza ogni narrazione semplicistica e soprattutto scritta e divulgata da un’unica voce: quella europea, che fa da eco allo “storytelling” americano.

La solita crociata in difesa del Dio capitalismo.

Abbiamo già avuto modo di parlare dell’influenza che la storia può avere sull’opinione pubblica. E le cose peggiorano se la narrazione riguarda un Paese dall’altra parte del mondo. Che ne sappiamo noi del Venezuela? Quello che ci dicono i tg. Altro? Poco o nulla. Allora bisogna ammettere che sono i tg a guidare l’opinione della maggioranza votante, in questo caso i popoli europei. Non vi fa paura?
Per fortuna, c’è ancora chi non si rassegna a questo vicolo cieco, e, come facciamo noi di Anomalia, spende energie, tempo (e si prende anche qualche rischio personale), per contrastare la narrazione ufficiale.

A tal proposito, sentite cosa ha recentemente dichiarato Pino Arlacchi, ex Vicesegretario dell’Onu dal 1997 al 2002, a proposito della situazione in Venezuela:
Se c’è una lezione che si impara dirigendo una grande organizzazione internazionale come l’Onu è che, nelle cose del mondo, la verità dei fatti raramente coincide con la sua versione ufficiale. Le idee dominanti – come diceva il vecchio Marx restano quelle della classe dominante. E il caso del Venezuela di questi giorni si configura appunto nei termini di una gigantesca truffa informativa volta a coprire la sopraffazione di un popolo e la spoliazione di una nazione.
Il principale mito da sfatare riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano. I media occidentali non hanno avuto dubbi nell’additare gli esecutivi
succedutisi al potere dopo l’elezione del “dittatore” Chávez alla presidenza nel 1998 come unici responsabili della crisi, nascondendone la matrice di gran lunga più importante: le barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 (sì, proprio lui, il nero “democratico”) e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018”. Gli stessi che ora, si premurano di donare oro incenso e mirra indignandosi per il loro respingimento.
Lo stesso ex Vicepresidente dell’Onu sottolinea come la “dittatura” di Chávez “confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione invece che intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti. Nonostante Chávez abbia commesso vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro – sotto la sua presidenza le spese sociali hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale)”. Noi tutti sappiamo cosa succede non appena i falchi statunitensi sentono puzza di comunismo: si scatena la solita crociata in difesa del Dio capitalismo.
Ma c’è di più, perché la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro. “L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni, e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento”. Il tempo della resa dei conti con lo Zio Sam era perciò già nell’aria da anni. Dopo gli insuccessi del tentato golpe anti-chavista del 2002, e le manifestazioni violente di un’opposizione divenuta eversiva e antinazionale (che si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’altra), l’occasione per regolare i conti si è presentata con la morte di Chávez nel 2013 e il crollo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015.
Ma, al di là del comunismo e del Petro, sono i preziosi frutti del giardino a ingolosire il padrone. Infatti “Il Venezuela è il Paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro, e tra i maggiori di ferro, bauxite, cobalto e altri. Inoltre, è poco indebitato, e capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo monetario come sorgente più equa di credito per il continente latino-americano”.

La differenza che passa tra fucilare il condannato a morte o farlo crepare di stenti.

Arlacchi ci spiega, senza giri di parole, il funzionamento della tagliola delle sanzioni economiche: “La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo con il pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa mettono in ginocchio il Paese. Il Venezuela viene espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti. E le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro. I fondi del governo depositati negli Usa vengono congelati o sequestrati. I canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela vengono chiusi. Gli interessi sul debito schizzano in alto perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria. Nel 2015 lo spread del Venezuela è di 2 mila punti, per raggiungere e superare i 6 mila nel 2017.
Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari, il 34% del Pil l’extra costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela è il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti
indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei trasporti. Gli ospedali venezuelani restano senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese vengono dichiarati porti di guerra, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni crolla da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 a 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil. È stato calcolato che tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo Pil, cioè tra i 245 e i 350 miliardi di dollari. Senza le sanzioni, l’economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina”.
L’effetto è meno spettacolare delle esplosioni, ma non meno letale. La differenza che passa tra fucilare il condannato a morte o farlo crepare di stenti. E se chi spara ci mette la faccia, chi applica sanzioni economiche e cavilli finanziari, manovra nell’oscurità. Il primo criminale usa la pistola, il secondo la penna.

La dichiarazione del Vicepresidente dell’Onu si chiude con un’accusa precisa: “Durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta. Che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street.
È per questo che il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuela nel 2017, Alfred De Zayas (di cui non avete mai sentito parlare ma che contiene buona parte dei dati fin qui citati), propone il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015.

Riepilogando: se il Venezuela si trova in ginocchio, è merito delle sanzioni disumane imposte per anni dai nostri amici yankee. I quali dovrebbero essere incriminati per crimini contro l’umanità, invece di spacciarsi per buoni samaritani che con una mano incolpano Maduro del collasso e con l’altra pregano per i poveri del Venezuela.

Come mai i tg nazionali non hanno riportato questa dichiarazione sconcertante? Non avrebbe forse smosso le coscienze? Non avrebbe insinuato il dubbio, acceso qualche mente sopita?
Qui non si tratta di sovvertire, di sobillare, ma di raccontare la verità. L’unico modo per riprendere il controllo delle nostre vite e rispedire al mittente qualsiasi versione di comodo cucinata per l’occasione. Di più: il solo modo per poterci definirci una democrazia.
In una società che si muove sulle immagini, cosa c’è di più forte che mostrare i bambini venezuelani che hanno fame e donne che piangono? Chi sceglie quelle immagini e il perché vengono presentate a sostegno di una verità parziale pare non interessi a nessuno. Non c’è traccia di alcuno sforzo per andare oltre, per cercare – spesso in solitaria – una voce fuori dal coro. Sembriamo aver perso quello slancio, soprattutto qui in Europa. E fa male dirlo.
È per questo che appare una battaglia disperata. Non abbiamo alcuna speranza di vincere, e il Venezuela si piegherà, in un modo o nell’altro. Ma almeno sappiamo chi è stato, grazie a chi, in che modo e perché. E a noi di Anomalia, dovreste saperlo, piace prendere nota, per il futuro.

Maze

Dichiarazione pubblicata da Il Fatto Quotidiano” del 27 Febbraio 2019

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