Ogni ordine è un crimine, ogni rivolta un bene

Piacere, Menelik

in La storia a volo radente di

Adua e la disfatta dimenticata.

Mi gioco quei quattro spicci che ho nel portafoglio se un solo studente italiano delle scuole elementari, medie o superiori ha mai sentito parlare della battaglia di Adua e dell’avventura coloniale italiana in Africa Orientale alla fine del 1800.
I libri di scuola traboccano di  minchiate retoriche sul Risorgimento, sul genio politico di Cavour e sui baffi di Vittorio Emanuele II, ma della più grande figura di merda subita dal neonato Regno d’Italia proprio non c’è traccia.
Bene. Allora mettiamoci comodi e cerchiamo di rimediare, anche perché Adua ci racconta, molto meglio di tanti altri pomposi episodi della nostra storia, chi davvero siamo, qual è la nostra vera natura e soprattutto collega inquietanti analogie con l’attualità.
E c’è poco da stare allegri.

Negli anni ’80 del XIX secolo, l’Italia è un Paese che si regge fondamentalmente sull’agricoltura, povera, con uno scarso sviluppo industriale, assillato da scioperi, fame, analfabetismo diffuso e repressioni poliziesche.
Il capo del Governo è Francesco Crispi, un mazziniano poi convertito agli ideali monarchici, affetto da  un particolare risentimento per  anarchici e  socialisti che reprime con violenza durante i moti dei Fasci Siciliani nel 1892.
Un tipetto simpatico, Francesco, militarista convinto e assillato da un senso di inferiorità nei confronti delle altre potenze europee, con le  quali, secondo lui, l’Italia deve assolutamente rivaleggiare.

Ma lui, l’italiano, è troppo furbo e scafato e gli altri sono grulli

A Crispi poco importava se il nostro Paese avesse letteralmente le pezze al culo,  l’avventura coloniale doveva essere il primo lemma dell’agenda politica e
come potete notare,  già all’epoca aleggiava il vecchio adagio: “siete poveri? Cazzi vostri”.
Quando a Crispi gli mostrano la cartina dell’Africa per capire a chi andare a rompere i coglioni,  il povero Franci si rende conto che li mejo posti sono tutti presi: Turchia, Francia, Inghilterra e Portogallo si sono spartiti il continente nero, e non esattamente il giorno prima, ma da mò!
Poi, un funzionario solerte, gli fa notare che giù, in fondo a destra, c’è un Paese libero. Ma tu guarda. Questi sprovveduti di europei hanno dimenticato di prendersi l’Etiopia e l’Eritrea, una zona che peraltro  vanta uno strategico sbocco sul mare, e poi chissà quante risorse estrattive ci si possono trovare!
Quel che si dice una botta di culo.
L’italiano è fatto così, lo sappiamo, e non si chiede perché mai questi squali profittatori di Francia, Inghilterra e compagnia cantando abbiano lasciato una casella vuota, proprio loro, che si mangerebbero pure la madre.
Ma lui, l’italiano, è troppo furbo e scafato e gli altri sono grulli,  allora alè, tutti in Corno d’Africa a fare baldoria.
Sarebbe bastato fermarsi cinque minuti,  magari chiedendo informazioni ad un professore di geografia delle scuole secondarie,  e avremmo scoperto che in quelle terre misteriose e lontane, esisteva da mille anni uno Stato sovrano, con tanto di Re, moneta, francobolli, religione aggregante e un esercito formato da tribù agguerrite  fedeli al sovrano.
L’unica Nazione degna di questo nome in tutta l’Africa oltre alla Liberia.
Ovvio che i bianchi europei ne fossero rimasti alla larga.
Non c’era un motivo al mondo per andare a sfrucugliare uno Stato sovrano quando l’Africa traboccava di aree  frammentate e senza Governo.
E invece noi che facciamo? Prendiamo secchiello e paletta e ci imbarchiamo per l’Africa Orientale.
Sulle prime va tutto bene.

appoggiamo Menelik con la convinzione di farne un comodo e malleabile Re fantoccio da muovere a piacimento.

Prendiamo possesso del porto di Massaua, ma dopo due giorni ci rendiamo conto che l’area è poverissima e a parte due aragoste e quattro granchi non c’è assolutamente nulla.
Decidiamo di spingerci verso l’interno, sicuri di non trovare resistenza, senza conoscere il territorio e forti della nostra atavica supremazia che discende direttamente da Muzio Scevola e Giulio Cesare.
Peccato che, proprio in quel periodo, il Re etiope Joannes IV, stava completando uno straordinario fenomeno di riunificazione di tutta l’area e questo, chiaramente, a nostra totale insaputa.
Il vecchio Joannes, infastidito dalla presenza di questi europei rompicoglioni, invia il suo vassallo Ras Alula con lo scopo di contenere la nostra avanzata e, nel 1887, avviene il primo scontro.
Ras Alula, che i nostri vertici militari consideravano poco più che un panciuto amministratore, affronta una colonna italiana nei pressi di Dogali e li massacra fino all’ultimo uomo. Come esordio militare non c’è male.
In Italia lo sdegno è totale, si parla di “vile imboscata”, di “pronta vendetta” e a nessuno punge vaghezza di riflettere un momento sulla portata della fesseria coloniale  messa in piedi da Crispi.
Risultato, il Governo stanzia nuovi fondi e invia in Africa Orientale armi e truppe fresche per prendersi la rivincita contro i selvaggi.
Nel frattempo, il Re Joannes muore nella battaglia di Metemma contro i Dervish islamici e nel Paese si crea un allarmante vuoto di potere.
Gli italiani allora, furbi come le streghe, approfittano della situazione  sorreggendo il Ras Menelik, candidato  quotatissimo alla successione  e  Re dello Shoa, una delle più importanti regioni del Regno Etiope.
Noi, come sempre superiori per diritto divino, appoggiamo Menelik con la convinzione di farne un comodo e malleabile Re fantoccio da muovere a piacimento.
Ma è un tragico errore.
Menelik, oltre ad essere un abile condottiero, è scaltro e ambizioso e si fa foraggiare in tutto e per tutto da questi strani italiani che, chissà per quale misterioso motivo, se ne sono venuti fin quaggiù in gita scolastica.
ll Ras riceve dal Regno d’Italia armi, appoggio diplomatico, viveri e denaro e anche grazie a noi, riesce a prendere il potere che fu di Joannes.
A questo punto entra in campo il genio; l’Ambasciatore italiano in Corno d’Africa, Conte Antonelli.
Eh già, perché noi gli ambasciatori non li scegliamo intelligenti e colti, l’importante è che siano nobili, e Antonelli, nobile, lo è davvero, Conte e nipote di Papa; Antonelli è il giovane ed incapace rampollo di un’altrettanta famiglia di smidollati, abituati, come tutti gli aristocratici, a non fare un cazzo dalla mattina alla sera.
Il genio Antonelli, travolto dalla sua gigantesca passione per l’improvvisazione, firma un accordo con Menelik nel quale l’Italia sembra, dico sembra, vantare diritto di Protettorato verso il regno Etiope. Almeno così pensa quel mentecatto di Antonelli.
Ma non è così.

Una ciurma di deficienti.

L’accordo, detto degli Uccialli, ha ovviamente un doppio testo, in due lingue, la nostra e quella etiope, e in questa, esattamente all’articolo 17, si legge chiaramente  che Menelik ha la facoltà, ma non l’obbligo, di usufruire degli appoggi italiani.
Insomma, se a Menelik gli gira il berretto, può fare a meno di noi quando e come vuole. Ma Antonelli, distratto dalla vita mondana alla quale è legatissimo, l’articolo 17 non lo ha nemmeno letto.
E infatti Menelik stipula affari  con altre regioni confinanti e addirittura stringe accordi con gli inglesi, battendosene allegramente la ciolla di Umberto I, di Crispi e di Muzio Scevola.
In Italia, invece di inchiappettarsi quel mentecatto del  Conte Antonelli, reo di non aver letto nemmeno una riga del trattato da lui firmato e contro bollato, ari-gridano al complotto, all’alto tradimento di Menelik, facendo passare alla storia il Trattato degli Uccialli come quello che verrà chiamato:  “Il grande imbroglio”.
Una ciurma di deficienti.
Siamo nel 1896, e  dichiariamo guerra al Menelik che dovrà vedersela coi i pronipoti di Augusto e di Scipione l’Africano, mica palle.
Il comando delle operazioni militari è saldamente nelle mani del Generale Baratieri, che aveva sostituito il vecchio Generale Baldissera, ritenuto responsabile della disfatta di Dogali nove anni prima e quindi spedito in Italia da Crispi con la prima nave.
Baratieri è un garibaldino, e come tale, ritiene la preparazione strategica a monte del conflitto, un fastidioso ed inutile dettaglio; le truppe, ben motivate dallo spirito indomito che le pervade, si lanceranno all’attacco travolgendo il nemico. Tutto qui.
E Baratieri, inizialmente, riesce a penetrare fin dentro la regione del Tigrè, minacciando da vicino la città di Adua, base politica e militare di Menelik. Peccato che Baratieri si deve rendere conto ben presto che gli approvvigionamenti sono pressoché impossibili in un’area nella quale bisogna procedere a dorso di mulo, ma lui si sa, è garibaldino, e fa le cose a cazzo, tanto siamo indomiti.
Il “Bara”, allora, è costretto a chiedere altri soldi e truppe al Governo Crispi in Italia.
Crispi però è sotto elezioni e tentenna per evitare le critiche dell’opposizione che cavalca la missione africana come irresponsabile e dispendiosa (ma và?).
Baratieri allora se ne torna verso Massaua e punta i piedi con Crispi, che nel frattempo è stato rieletto e può soddisfare le richieste del suo Generale, annunciando al popolo italiano l’imminente trionfo in Abissinia e la conseguente espansione coloniale che consegnerà gloria e ricchezze mai viste prima d’allora.
Ma il Menelik non resta con le mani in mano e mentre Crispi e Baratieri si fanno le seghe, lui esce dal guscio e sbaraglia le truppe italiane nelle battaglie di Makallè e dell’Amba Alagi, fino ad arrivare in vista di Massaua e noi, oltre lo smacco, subiamo l’ennesima sconfitta.
A Crispi gli viene il panico, capisce che Baratieri non ne azzecca più una,  e quindi prende la classica decisione “all’italiana”; invia il Generale Baldissera (si, quello che lui stesso aveva rimosso nell’87) e lo spedisce a Massaua per riprendere il comando delle operazioni e sollevare Baratieri, e lo fa tenendo la cosa segreta, per paura che Baratieri si incazzi e prenda iniziative affrettate.
Un pastrocchio senza precedenti.
Ovviamente, come ogni segreto di Pulcinella,  mentre Baldissera viaggia sotto falso nome su un piroscafo inglese, Baratieri viene a sapere della prossima rimozione e dà fuori di melone.
Il generale uscente, nel tentativo isterico di evitare l’umiliazione dell’avvicendamento, riunisce tutti e quattro i suoi Comandanti e ordina di sferrare l’attacco finale a Menelik, andandolo a stanare direttamente a casa sua, ad Adua.
I comandanti di Baratieri erano: Albertone, Dabormida, Arimondi ed Ellera.
Quattro generali di scuola Sabauda, tutti e quattro usciti dall’Accademia Militare Piemontese  e tutti e quattro piuttosto schifati dal profilo volgare di Baratieri che ritenevano un parvenue, un frequentatore dei salotti romani, per nulla adatto alle logiche stringenti della guerra e per questo responsabile delle figure di merda che andavamo facendo da dieci anni in Africa.
Risultato: quando Baratieri spiega ai suoi la dinamica dell’attacco, i quattro generali, ritenendo Baratieri un coglione,  fanno un po’ come cazzo gli pare.
Albertone, secondo i comandi di Baratieri, avrebbe dovuto precedere l’offensiva spingendosi leggermente in avanti con il suo battaglione di Ascari (guerrieri del posto, particolarmente veloci perché esperti del terreno) per poi attendere l’arrivo degli altri tre contingenti e attaccare compatti dopo aver fortificato l’avanguardia. Invece Albertone se ne va per fatti suoi, spingendosi ben oltre il  luogo prestabilito e arrivando nei pressi di Adua con ore di anticipo, finendo così in pasto al grosso dell’esercito di Menelik. Fuori uno.
Il Generale Dabormida (anche lui Conte come l’Ambasciatore Antonelli) che doveva restare sul fianco sinistro per dare man forte alle truppe poste al centro, decide di fare un’altra strada e invece di girare a sinistra, gira a destra e si perde nelle valli del Tigré, scomparendo letteralmente dal teatro di guerra. Praticamente Albertone, ad Adua, non ci ha mai messo piede.
Arimondi ed Ellena rimangono quindi praticamente isolati dal resto dell’esercito e Menelik se li vede arrivare proprio sotto il naso, poco dopo essersi fatto al forno Albertone e tutti i suoi Ascari.
Centocinquantamila etiopi, incazzati come delle iene, fanno strame di ciò che rimane del nostro Regio Esercito, compiendo, in poche ore, il più grande massacro a cui sia stato mai sottoposto un reparto italiano nella sua storia. Ad Adua, muoiono più soldati italiani che in tutte e tre le Guerre risorgimentali di Indipendenza messe insieme.
Cinquemila e cinquecento italiani rimangono sul campo, oltre a  mille Ascari eritrei. Agli eritrei feriti non va meglio, perché Menelik ordina di tagliare ai traditori la mano destra e il piede sinistro.
Mille e cinquecento italiani vengono fatti prigionieri, e per la loro liberazione, Menelik chiederà un riscatto di dieci milioni di Lire in oro, una cifra incalcolabile per quel tempo.
I prigionieri dell’indomito Regno d’Italia, una volta versata la cifra del riscatto, verranno ricondotti in patria e fatti sbarcare di notte, a Napoli,  travestiti con uniformi diverse da quella di ordinanza, allo scopo di non mostrarli alla popolazione, nauseata dalla macroscopica disfatta del nostro Esercito. Una vergogna da tenere celata e avvolta nelle tenebre della notte.
Una catastrofe.
Altro che identità Nazionale, altro che  “Spirto guerrier ch’entro mi rugge”; quella che emerge ad Adua è  la cifra di un popolo che non può essere popolo perché alieno dalla solidarietà e diviso da classi distanti quanto avverse tra loro, oltre che  comandato da inetti aristocratici e fanatici fuori di testa.

Finisce un’era, quella degli uomini legati al Risorgimento e alle Guerre di Indipendenza

La nostra esperienza di espansione coloniale finisce con Adua e termina nel modo più consono alle nostre attitudini, tragicamente aderente all’illusione di rappresentare una stirpe che fu.
Assillati dalla mania di grandezza, ma senza averne l’esperienza,  pervasi dall’idea del  successo senza sforzo, e  convinti della vittoria ottenuta perché scritta nel destino.
Non fu un caso che, quaranta anni dopo, nel 1935, un tizio chiamato Benito, altro fenomeno figlio di Scipione, ritentò un’altra volta l’avventura coloniale, sempre in Abissinia, ma stavolta sterminando preventivamente con il gas le popolazioni aggredite, forse proprio per la paura di rivivere l’incubo di Adua.

Baratieri, al suo rientro in patria, evitò a stento la condanna a morte per alto tradimento e fu rimosso dalle pagine della storia, condannato alla damnatio memoriae.
Francesco Crispi, scaricato da Re Umberto, si dimise da Capo del Governo, lasciando il suo posto a Giovanni Giolitti.
Finisce un’era, quella degli uomini legati al Risorgimento e alle Guerre di Indipendenza. Inizia quella dei politici di professione e della rappresentanza parlamentare.

Se solo si potesse raccontare questa vicenda, così come è andata, ai ragazzini della scuola elementare, potremo fargli capire la verità della nostra storia nazionale rispetto alle cazzate e ai falsi storici impressi nei nostri vergognosi manuali didattici, evitando così la retorica pelosa del gesto eroico, della piccola vedetta lombarda, dell’Italia liberata e della sospirata unità.
Niente di tutto ciò è mai esistito. Ma i pulcini italiani, questa verità, non la devono sapere.
Rimane solo l’immagine del generale Albertone, sodomizzato dagli etiopi, in mezzo al deserto, in un luogo sconosciuto e che doveva rimanere tale.
Da quel 1896, ogni 1° marzo, in Etiopia è Festa Nazionale.
Da noi, un giorno qualunque. Un’occasione perduta per ricordare chi siamo stati, e chi, invece, dovremo essere.

Andrea Boni

 

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