Ogni ordine è un crimine, ogni rivolta un bene

Non c’è tempo da perdere

in Abusi e Costumi/La loro società di

L’orologio o la vita

Siamo nella merda. Uno spirito si è impossessato delle nostre giornate. Si è talmente affezionato che non ne vuole proprio sapere di lasciarci soli nemmeno un minuto. Dal suono della sveglia alla “buonanotte”, è nostro amico, datore di lavoro, marito, moglie, amante, figlio. Lui è ovunque e noi siamo lui.
Già, il tempo. In una società come questa, il tempo pare non bastare mai e impalpabile ci scivola via. Parrebbe che qualcuno abbia manomesso gli orologi e accorciato le giornate di qualche ora. Ma qui non si tratta del maestro Canello nella tragicomica festa fantozziana di fine anno. Le ventiquattro ore sono salve. Ciò che appare drasticamente mutato è ben altro.
È fin troppo banale ammettere come la rozza società in cui viviamo, quella del lavoro e del consumo, esiga ritmi indiavolati, al fine di creare maggiori profitti per chi si è inventato questo modello di sviluppo. Un’equazione semplice, fredda matematica.
Si dirà che, volenti o nolenti, stare al gioco ci consente di vivere e non perdere quel poco che abbiamo. Bene, ma non è di questo che volevo parlarvi.
Meno banale, credo, è constatare come questo modus operandi si sia infiltrato sottopelle in tutte le nostre attività quotidiane, diventando un vero e proprio modus vivendi totalizzante.
Non c’è settore o ambito sociale che sia rimasto immune.

Il risultato, oggettivo, è un gigantesco me ne frego.

Partiamo dall’informazione, forse l’esempio più lampante dell’accelerazione modernista. In mezz’ora di telegiornale si ha cognizione di ciò che accade sul pianeta terra; in meno di cinque minuti è possibile conoscere quel dato evento storico con tanto di nomi e date; in una decina di secondi – anche due, dipende dallo spessore del tweet – si apprende l’operato del governo così da poter dissentire o meno su temi di ogni genere e complessità. E i giornali? Lunghi e noiosi. E i libri? Feticci da archeologi.
Il risultato, oggettivo, è “più tweet e meno libri”.
E che dire del dialogo? La mente twitterante entra in tilt. Nell’uso della parola si addentra in un terreno non suo (e come dargli torto). Si divincola dalla presa, cerca una via di fuga, e dopo uno spezzatino di parole finalmente riguadagna la libertà, abbandonando il campo.
Il risultato, oggettivo, è un gigantesco “me ne frego”.
Tale vuoto schizofrenico lascia dietro di sé solo cadaveri: come le relazioni sociali. In famiglia non si parla, e se si parla, si discute solo di aria fritta (che alle volte è il male minore); tra conoscenti e amici ci si ferma sulla soglia della Santissima Trinità lavoro-casa-vacanze. Le relazioni amorose nascono dalle tastiere o dall’incontro di fotografie su app dedicate, così come finiscono per una chat “riservata” venuta allo scoperto.
Il risultato, oggettivo, è “più foto e meno pensieri”.
E si arriva così all’amore e al sesso. Scambiarsi gesti d’affetto richiede la capacità di donarsi all’altro, un’intensità molto reale e poco apparente. Altrimenti è mero opportunismo, è il regalo che appaga il presente colmandone il vuoto. E il sesso? Si fa alla Youporn: una pornografica corsa da centometristi, con in testa il solo appagamento individuale.
Il risultato, oggettivo, è “più orgasmi e meno godimento”.
Perfino gli svaghi, dalla musica allo sport, sono pregni di questo spirito frettoloso, competitivo, fasullo, egoista, superficiale, che rende insipidi anche quei riti collettivi più genuini e popolari, una grottesca maschera di ciò che erano quando c’era ancora tempo da “perdere”.
E siccome questo modus vivendi psicopatico lo è per davvero, porta con sé il manganello pronto a bastonare chiunque dissenta da questo modello di sviluppo che non è in grado di dare alla vita un senso che non sia puramente materiale. Sul lavoro, gli “indisciplinati” vengono sostituiti da qualcuno più performante; in famiglia e nella cerchia dei conoscenti-amici si riserva loro compatimento, una sopportazione più o meno mal digerita, vuoi per affetto o per legame di “sangue”. Mentre il resto dell’umanità, molto più pragmaticamente, emargina, tirando dritto per la propria strada.
Chi meglio degli anziani – in compagnia di chi non sguazza nei social – rappresentano l’inutilità in terra, le vittime predestinate del moderno fascismo. I vecchi e il vecchio mondo, nell’attuale sbornia tecnologica, devono sparire, guastano la vista e la festa. Così i vecchi, ultimi testimoni di una possibile alternativa allo spirito del presente, vengono esclusi e scartati; come oggetti non più integrati nella cultura dell’utilità del presente, come la macchina da scrivere. Sapere come “perdevano tempo” in quei lunghi pomeriggi al bar, seduti intorno a un tavolo con gli amici, le donne e i ragazzi felici, senza alcuna pretesa di “fare”, gustandosi momenti a noi sconosciuti, sembra non interessare più a nessuno.

Camminando per ciò che resta del quartiere in cui vivo, in corso di gentrificazione, ho notato un piccolo negozio, una sola vetrina, stretto tra un ristorantino chic-vegano e un’enoteca bio. Dentro, un uomo sorridente sulla sessantina in camice da lavoro. Senza conoscerci prima, non ha esitato a mostrarmi con grande entusiasmo le scarpe di cuoio da lui riportate a nuova vita, dei piccoli capolavori di manualità. Abbiamo parlato della metamorfosi della zona, di come sta cambiando pelle giorno dopo giorno. E così i suoi abitanti. Una pelle grigia, plastificata, di bassa qualità, eppure spacciata per merce di “prima scelta”. L’esatto contrario di ciò che – nei fatti – rappresenta quell’uomo e il suo laboratorio in via di estinzione.
Prima di salutarci ha insistito perché portassi a casa, senza chiedermi alcun deposito in denaro, una giacca esposta all’interno per poterla provare con la giusta calma.
Come spiegare questo gesto? Io, figlio di questi anni, lo definisco straordinario. Altri – nel loro cinico pragmatismo – un rincoglionito o una vecchia checcha o ancora un fine stratega di marketing. L’umanità di un gesto umano è esclusa: una verità troppo scomoda, che ci obbligherebbe ad un confronto imbarazzante.
Questo pezzo lo dedico a quell’uomo. Testimone e presenza viva, dal suo laboratorio di umanità e di tempo da regalare. Tutto per sé, non saprebbe che farsene.

Maze

Ultimi articoli "Abusi e Costumi"

Torna SU