Ogni ordine è un crimine, ogni rivolta un bene

Nato negli anni ’80? Peggio per te

in La loro società/Lavoro di

L’alta marea del Lavoro Atipico.

Quando l’Istat sforna dati sulla crescita del PIL, Tg e Giornaloni sotto padrone si scatenano celebrando la ripresa della “macchina Italia”, ma quando invece l’istituto di Statistica butta lì due numeri sulla condizione dei giovani lavoratori, la notizia viene seppellita sotto quattro metri di inchiostro. Un classico.

Prendiamo pala e piccone e cerchiamo di dissotterrare la news.
Qualche settimana fa l’Istat in uno dei suoi rapporti, ci racconta l’escalation degli occupati “aticipi”, cioè coloro che hanno  stipulato contratti a tempo determinato, i famosi collaboratori o prestatori d’opera occasionale, insomma, quelli che lavorano con la clessidra sulla testa e, soprattutto, non hanno la minima certezza  sul loro futuro.

Si legge nel rapporto annuale: «Ha iniziato con un lavoro atipico il 44,6 per cento dei nati dagli anni ’80 in poi.
Il primo lavoro è stato atipico nel 31,1 per cento dei casi per la generazione degli anni ’70; nel 23,2 per cento dei casi per i nati negli anni ’60 e  per circa un sesto dei casi tra le generazioni precedenti».

Quindi, ricapitolando: tra i soggetti nati negli anni ’50, solo il 18% circa iniziava il percorso lavorativo con un contratto a tempo determinato, mentre, per la generazione  “Jeeg Robot”, uno su due ha dovuto ingoiare contratti a termine e precariato spinto. Evviva lo sviluppo spacciato per progresso.
Una escalation  impressionante se pensiamo che queste percentuali si riferiscono a milioni di giovani finiti nel tritacarne del precariato.

Per i nati dal 1990 in poi, preferisco tacere sulla reale portata dei dati. Mi dispiacerebbe rovinargli la cena perché I ragazzi di “Street Fighter” se la passano pure peggio, ma affronteremo il tema nella prossima puntata.

Questo dato, a mio avviso, è la chiave di volta per comprendere come va il mondo, o come sta andando, che poi è la stessa cosa.
Il diritto al  lavoro è diventato un ossimoro e i due sostantivi si sono allontanati finanche nel linguaggio corrente perché oggi, chi urla a gran voce il proprio diritto al lavoro viene guardato in maniera strana, come un marziano, uno fuori dalla realtà.
Nella dialettica comune la protesta del precario non viene intesa per ciò che è, ovvero il sacrosanto Diritto al Lavoro, ma come lamento per  la mancanza di un “posto fisso”. Il posto fisso.
Vedete come cambia il paradigma? La posta in gioco non è il Lavoro come elemento fondante della tenuta democratica di un Paese, ma ricerca indolente di  un posto fisso. La conseguenza è che la Società nella quale vivo mi appiccica l’etichetta di  scansafatiche, di uno che vuole stare comodo, che pretende senza dare, senza soffrire.
Diritto e Lavoro  come due entità separate e neppure lontane parenti,  che  lentamente stanno perdendo il loro tratto semantico per risultare sempre più assoggettate ad un altro  diritto, quello che nasce dall’incontro incestuoso del costo e del ricavo.
In questo nuovo assetto mondiale,  solo le Imprese hanno il diritto ad esistere, non l’essere umano che ne consente la sopravvivenza.  Ficcatevelo bene in testa giovanotti belli!

Avvertenza per i nati negli anni ’60 e ’70: non pensate di averla sfangata perché commettereste un grave errore.
Vi ha detto bene fino ad ora (si fa per dire…) ma sappiate che qualcuno, in cucina, sta preparando una pietanza non esattamente digeribile, perché esperti nutrizionisti hanno scoperto che il “posto fisso” fa male,  alza il colesterolo e poi, l’abbiamo detto prima, il posto fisso non esiste più.
Quindi, all’alba dei cinquant’anni e anche oltre, il vostro lavoro se lo prenderanno i giovani precari, che per svolgere le stesse mansioni costano un terzo di voi, che sarete troppo vecchi e troppo costosi  per  marciare alla velocità dei nuovi assunti.
Ergo, vi attaccate a questa minchia, sperando di aver accumulato qualche spicciolo per sfangarla fino alla pensione che riceverete quando sarete bisnonni. Nel frattempo, nessuno vi potrà ricollocare in una posizione pari a quella che avete perduto e dovrete accontentarvi di quel che c’è. Se c’è.
Il quadro è questo. E chiunque vi dica il contrario è in malafede.

Per cogliere a pieno il meccanismo perverso del Lavoro senza Diritti bisogna ricordarsi di quel vecchio gioco nel quale dieci persone si mettono a girare intorno a nove sedie con una bella musica di sottofondo e non appena la musica si interrompe, tutti e dieci cercano di sedersi.  Se ne ricava che uno rimane in piedi e resta fuori dal giro, ma per i nove sopravvissuti il gioco ricomincia  e le sedie, stavolta, diventano otto e così via. Un altro sfigato rimarrà in piedi e gli otto ancora in gara si scanneranno per cercare posto in sette sedie.
Ecco, le sedie sono il diritto ad un lavoro stabile, e ne rimangono sempre meno, fino a quando i due contendenti rimasti lotteranno per conquistare l’ultima sedia disponibile.
Ma invece di correre come matti e sgomitare selvaggiamente  nel tentativo di sedersi, non sarebbe meglio chiedersi: ma chi è quello stronzo che toglie le sedie?

Andrea Boni

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