Ogni ordine è un crimine, ogni rivolta un bene

La cucina al potere

in TV Sorrisi e Cazzoni di

Una volta c’era il Che, oggi lo Chef

Lo ammetto. La frase “non abbiamo più nulla da perdere se non le nostre catene” non funziona più. Anacronistica, ingessata, per nulla smart. Meglio sarebbe dire “non abbiamo più nulla da fare se non guardare Masterchef”.
Masterchef e i suoi fratelli. Gli chef stellati brillano nel firmamento del XXI secolo. Il futuro non passa più dalla lotta di classe, ma dalla classe di cucina. Dalla presa della Bastiglia, all’assalto al soufflè alla vaniglia. Dalla resistenza partigiana alla parmigiana.
Il format inglese Masterchef, tramesso per la prima volta nel 1990 dalla Bbc, è solo il primo tassello della sequela di spadellatori che ogni giorno friggono i palinsesti: partendo dai prodotti DOCG nostrani “La Prova del cuoco” e “Cotto e mangiato”, la conquista dell’orbe terracqueo avanza rapida e senza ostacoli: Masterchef Italia, Junior Masterchef Italia, Hell’s kitchen, Top chef Italia, Il boss delle torte, Cuochi d’Italia, Cuochi e fiamme, Bake Off Italia, Junior Bake off, 4 ristoranti, Little Big Italy, Unti e bisunti, Camionisti in trattoria, Quel che passa il convento, ‘O mare mio, Cucine da incubo e Cucine da incubo Italia.
Incubo o passatempo, non c’è fascia oraria che non sia stata colonizzata dai moderni Colombo in grembiule. Oramai sono ovunque. E ce n’è per tutti i gusti: dolce salato vegano cremoso caldo freddo semifreddo scottato impanato saltato mantecato bollito, tutto d’un fiato. L’importante è avere sempre il cervello sintonizzato sulle frequenze culinarie. Cervello che, dopo il bombardamento televisivo, nel fine settimana, suggerisce al corpo di fare una gita a FICO, “il parco del cibo più grande al mondo” del nostro Oscar Farinetti.

Ma veniamo al punto saliente, al marchio di fabbrica che connota Masterchef e i suoi figliocci, l’ossatura del format. Avete presente il film Full metal jacket?
Forse ricorderete la famosa scena iniziale delle reclute, disposte su due file, con il sergente Hartman a dar loro il benvenuto: “Io sono il sergente maggiore Hartman vostro capo istruttore. Da questo momento potrete parlare soltanto quando vi sarà richiesto. E la prima e l’ultima parola che dovrà uscire dalle vostre fogne sarà signore! Tutto chiaro luridissimi vermi?” “Signorsì signore!”. E continua, con gli occhi fuori dalle orbite: “Dato che sono un duro non mi aspetto di piacervi. Ma più mi odierete più imparerete. Io sono un duro, però sono giusto. Qui non si fanno distinzioni razziali. Qui vige l’uguaglianza, non conta un cazzo nessuno! Capito bene luridissimi vermi?”. “Signorsì signore!”.
Bene. Allora di certo ricorderete il soldato palla di lardo – bocconcino prelibato per il vecchio sergente – umiliarsi più di tutti, in ripetuti “signorsì signore” ad ogni genere di insulto, fino allo sfinimento.
Il rapporto gerarchico, umiliante, degradante, tipico delle caserme, è affare di divise. Ma non solo di quelle militari. Il sergente maggiore Hartman oggi si chiama Chef Cracco, Bastianich, Barbieri, Cannavacciuolo, Esposito, Ramsay, Knam e molti altri. Coloro che fino a ieri salavano l’acqua della pasta o riempivano i bignè di crema, oggi si ergono a capi indiscussi: sguardi da duri, tronfi, perennemente incazzati, arroganti come monarchi assoluti e permalosi come dive di Hollywood. Eppure, piacciono a milioni di persone e gli share televisivi montano meglio della panna.
Le stesse reclute (i concorrenti) sembrano godere nell’essere presi a pesci in faccia, subire rimproveri da scuola elementare e umiliazioni oltre il limite dell’umana sopportazione. E questi che fanno? Come tanti palla di lardo, schizzano sull’attenti al cospetto di sua Maestà Chef, e con gran voce emettono un robusto: “Sì Chef!”. Manca solo l’inchino faccia a terra e le punizioni fisiche. Vedere per credere.
Sfumata “l’immaginazione al potere” di sessantottina memoria, oggi suoi muri della Sorbona potremmo scrivere “la cucina al potere”.
Piaccia o no, ci troviamo in un’epoca bislacca, nella quale il popolo si abbandona al culto di nuove divinità: imprenditori senza scrupoli, Chef, Archistar, Influencer e via dicendo. E non vorrei nemmeno soffermarmi a sottolineare l’ovvio: ovvero che la polpetta avvelenata parla anglofono, e che l’impasto altro non è che il modello di società a loro immagine (del padrone) e somiglianza (il sergente Hartman). E noi, luridissimi vermi, dobbiamo ingoiarcela, piaccia o no.
C’è chi ordina e chi obbedisce. Chi lavora e chi giudica. Chi esige inchini e chi prende calci nel culo.
Cosa non si fa per insegnare la docile arte di adorare il padrone. Masterchef docet.

Maze

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