Ogni ordine è un crimine, ogni rivolta un bene

Il ponte è crollato? È colpa nostra

in TV Sorrisi e Cazzoni di

Il ponte, il professore e gli italiani

Sono giornate calde qui in Italia. Non solo per il meteo, “caldo intenso a causa dell’anticiclone africano”, come avvertono dai tg, ma per il dibattito sull’incredibile crollo del ponte Morandi di Genova che arroventa talk show e giornali. Chi per un motivo, chi per l’altro, tutti cercano i colpevoli.
L’opinione più diffusa, va da sé, è che il responsabile del disastro sia Autostrade per l’Italia: non fa una piega. Altri considerano lo Stato complice, inerte di fronte alle criticità strutturali ben note apparse nei rapporti tecnici. Ma c’è chi, forte del suo spessore intellettuale, spiazza tutti ed esce dagli schemi.
Sulle pagine di questo sito abbiamo già parlato delle sue prodigiose gesta, eppure il personaggio in questione riesce a superarsi ad ogni apparizione televisiva. E non è facile. Sì, è ancora lui, il professore Ernesto Galli della Loggia.
Questa volta è ospite a “In Onda”, ed è subito evidente che intende cantarle al popolo bue: in collegamento, camicia di lino sbottonata, capello arruffato e poderosa libreria alle spalle.
Si parla della tragedia del ponte Morandi. Ospite della puntata il Sig. Battiloro, padre di Giovanni, ventunenne rimasto ucciso insieme ad altri quattro suoi amici coetanei. Il loro lungo viaggio da Torre del Greco a Barcellona è finito in quel maledetto chilometro sospeso, che, chissà perché, si è sbriciolato come sabbia, inghiottendoli per sempre.
Il padre del ragazzo spiega, con dignitosa fermezza e grande lucidità, le motivazioni che hanno portato le famiglie di Torre del Greco a rifiutare il red carpet dei funerali di Stato. Tra queste, l’avversità nei confronti proprio delle istituzioni, di quella classe dirigente – i cosiddetti “professionisti” – ai quali nulla importa che il Paese collassi sotto le loro incompetenze e ruberie. C’è chi se la gode e chi muore, questo il messaggio nemmeno troppo velato dell’intervistato.
Nemmeno il tempo di sciogliere il groppo in gola per l’impotenza e la rabbia che trasmettono le parole del Sig. Battiloro, che la palla passa immediatamente al professore. Eccolo, con l’ormai suo celeberrimo cipiglio di chi “ti ho fatto parlare, ora taci, pezzente”.
Gli girano talmente le palle che quasi fatica a mantenere il contegno che lo contraddistingue. È paonazzo in viso, il respiro affannoso, ma riesce nell’ardua impresa di non scomporsi. A denti stretti, si dichiara dispiaciuto e solidale con il padre del ragazzo. Ma c’è un ma. Quale? Semplice, il professore non ci sta e bacchetta senza mezzi termini chiunque osi arrabbiarsi con lo Stato. È un fiume in piena che travolge gli ascoltatori: “Lo Stato siamo noi. Noi abbiamo votato i nostri rappresentanti, e così loro governano. Così funziona, siamo in democrazia. Non capisco perché ogni volta che c’è una tragedia si debba incolpare lo Stato. Siamo noi i responsabili. Ad esempio, vorrei sapere che cosa ha votato in questi anni il Sig. Battiloro”.
L’effetto è dirompente. Il padre del ragazzo, dicono, ha perso il collegamento (o forse è salito in macchina in direzione dello studio), mentre io rimango affascinato da cotanta saggezza.

Il Governo del popolo per il popolo? Da queste parti, nessuno l’ha ancora visto.

In effetti, l’elenco delle malefatte dei cittadini italiani è lungo e raccapricciante. Sarebbe umiliante elencare tutte le nefaste scelte politiche ed economiche compiute dal popolo italico e rivelatesi clamorosi boomerang, ma vediamone alcune tra le più clamorose: in Piazza Fontana a Milano, nel 1969, inizia la stagione delle bombe, 13 morti. Da qui ci divertiamo a farci saltare in aria nelle strade, piazze, treni, fino al capolinea di Bologna. Centinaia di morti. Non ancora soddisfatti continuiamo con l’esplosivo militare per far fuori Falcone e Borsellino. Massacriamo di botte ragazzi senza colpe come Aldrovandi, Cucchi. E così Mastrogiovanni e Pasolini: un maestro elementare anarchico e un poeta. Ma è soprattutto nelle scelte economiche che ci siamo superati. Abbiamo deciso per il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, dando il via libera al casinò finanziario e la nascita del debito pubblico come metodo di ricatto. Non contenti ci siamo lanciati nel neoliberismo più sfrenato: Unione Europea, moneta unica, austerity, liberalizzazioni e concessioni donate a sciacalli privati per poi trovarci tutti più poveri. Poi il Jobs Act, e tutti i decreti che negli ultimi quarant’anni hanno contribuito a rendere progressivamente il lavoro una merce di scambio usa e getta. E le grandi opere, che massacrano il territorio in nome di uno sviluppo miope e corrotto del quale si nutrono i soliti noti.
Ma che strano popolo questi italiani! Non fanno altro che prendere decisioni suicide contro i propri interessi. O sono scemi o sadici, non c’è dubbio.
Sarebbe stato interessante vedere qualcuno in studio alzare la mano e chiedere al professore se ha vissuto gli ultimi decenni tra noi o su Marte. Il Governo del popolo per il popolo? Da queste parti, nessuno l’ha ancora visto. E se c’è stato qualche tentativo, è collassato decenni prima del ponte Morandi.
Eppure devo riconoscere una sinistra verità nelle parole del professore. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Ernesto si può permettere di sparare queste cazzate perché milioni di italiani si ostinano a dare “licenza di uccidere” in mano a cotanti “professionisti”. È da settanta anni che credono nella democrazia, nel voto, nelle promesse di chiunque si presenti loro “parlando bene”. Ed è da settant’anni che vengono presi per i fondelli. Eppure, questa fede sembra inossidabile.
Non resta che ammettere, tragicamente, che il professore ha ragione. Ernesto Galli della Loggia 1 – popolo italiano 0. Segna al novantesimo e vince la partita, mentre noi – come dicono a Roma – dobbiamo “fare pippa”.

A vedere i genovesi, senza casa né futuro, spellarsi le mani al funerale delle vittime in omaggio a Salvini e Di Maio, nemmeno fosse l’ingresso trionfale di Castro e Guevara a l’Havana appena liberata, temo che l’inarrestabile Ernesto canterà ancora a lungo. Molto a lungo.

Maze

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