Ogni ordine è un crimine, ogni rivolta un bene

i Surfisti del XXI secolo

in Abusi e Costumi/La loro società di

Le stelle filanti

La nostra difficoltà ad approfondire è direttamente proporzionale alla distanza che ci separa dalla libertà.

La diagnosi appare chiara, la cura un po’ meno.
Sembra lampante, infatti, che la nuova peste del XXI secolo, incubata già nel XX, sia quella della superficialità e del timore conseguente di scavare più a fondo.
Si rimane sulla crosta, che è meglio, perché il fenomeno che si presenta è quello che riesco a vedere e niente altro; non devo interpretare, capire, valutare secondo esperienza e riflessione, non serve “toccare”, ma accettare lo status così come esso viene presentato.
Un’analisi che  mi ricorda un amico non vedente che parlava della vista appellandolo “senso despota”, come se, chi vedesse, rischiasse invece di non vedere. Non vedere quel che c’è dietro l’immagine, fornita all’essere umano come prodotto fatto e finito e che, quasi sempre, cela qualcosa di altro.
La fenomenologia dell’assioma  “è ciò che è”, che sollecita l’istinto e d’istinto ci induce a rispondere, in un continuo movimento del fare, del muoversi, dell’emettere suoni e gesti, senza concedere una  pausa, senza fermarsi.

Eppure tutti noi sappiamo bene ciò che non va: non ci conosciamo.

Il risultato di questa inutile corsa è sotto gli occhi di tutti: le persone non si parlano più tra loro ma “postano” messaggi isolati dal contesto che vengono “ripostati” senza confrontarsi. Un pollice in su, se mi piace, un pollice verso, per il contrario.
Un enorme divieto di sosta dove l’essere umano  non può parcheggiare ed è costretto a girare per la città ideale e convulsa, consumando, senza mai porsi il perché di una cosa, di qualunque cosa.
Così avviene per le scelte politiche,  professionali, sociali e perfino, e direi soprattutto, per quelle sentimentali, dove la relazione tra due individui è sottoposta alla regola ferrea dello stimolo – risposta e dove più si avverte, a mio avviso, il baratro della solitudine e l’illusione di una conoscenza che non esiste.
Eppure tutti noi sappiamo bene ciò che non va: non ci conosciamo.
Non sappiamo chi siamo e quindi non potremo mai sapere chi è quella persona che tutte le mattine si alza dal mio stesso letto, occupa il mio bagno e mangia alla mia tavola.
Inevitabilmente questa persona finirà per diventarmi avversa ed io, o l’altro,  d’un tratto esploderemo, rovesciando sul tappeto malesseri e insoddisfazioni mai sopite.
Le cose non dette. Non dette per paura di conoscere, di confrontarsi, di dire un no quando sarebbe giusto dirlo, di comprendere e di chiedere perché, di tornare indietro su una decisione presa, oppure di difendere una tesi che ci sembra ragionevole.
Una lunga, immobile fase di latenza che alla fine si squarcia come una tela resa caduca dalla muffa e  dalla quale straripa ogni cosa e il pavimento si riempie di momenti perduti, di offese presunte, di risposte non date, dubbi, aspirazioni disattese, confessioni, limiti e paure.
Tutto insieme in una melma che non ha più forma e dalla quale vogliamo solo allontanarci perché ci ricorda noi stessi, e ci fa paura.
Giunti a questo punto è inevitabile il bisogno di un nemico, di una capro espiatorio sul quale riversare le frustrazioni per non essere stati capaci di essere ciò che volevamo e che dovevamo.

Il fine corsa fa paura, perché se ti fermi, inevitabilmente, pensi.

Comodo, e anche meschino, ma la superficialità è sempre un po’ meschina.
Tutto ciò che non si conosce può affascinarci  e spingerci a studiare, a capire, oppure può far  paura e ci allontana, costringendoci ad una fuga perenne e insensata.
Oggi quindi,  il verbo che meglio rappresenta la situazione nella quale ci troviamo è: scivolare.
Scivolare sopra le cose, sopra noi stessi e sopra gli altri.
Parliamo solo di noi senza in realtà parlarne davvero. Non ci apriamo sul serio manifestando le aspettative, i desideri e le insoddisfazioni profonde, ma dichiariamo nettamente ostilità o amore incondizionato, senza mezze misure, sempre pronti a girare quel maledetto pollice in su o in giù, bianco o nero, dentro o fuori.
Hai rubato, hai ucciso, ma prima che qualcuno dica che devi marcire in galera, mi riesci a spiegare perché lo hai fatto?
Ma i perché vengono da lontano e non basta riavvolgere il nastro di due ore per tornare  al momento prima di aver commesso il delitto, bisogna andare indietro di anni, tanti, troppi per una società che brucia  carbone come una locomotiva condannata a sviluppare vapore per evitare il drammatico fine corsa.
Il fine corsa fa paura, perché se ti fermi, inevitabilmente, pensi.
E con i pensieri arrivano i dubbi.
Il dubbio. Il sostantivo blasfemo del mondo due punto zero, del “5G”, dell’iper connessione veloce.
Il dubbio è pausa per pensare, attendere che la nebbia si diradi e nel frattempo comprendere, mentre la nuova grammatica descrive il dubbio come regressione, incertezza, incapacità nel risolvere il problema, qui e ora.
La società neo liberista nella quale oggi viviamo considera il dubbioso un inetto, un senza palle e lo relega nella schiera di coloro meno adatti a risultare vincenti, perché il dubbio ci rallenta e il tempo intanto passa e quel tempo va invece investito in produttività e non possiamo permetterci di perderne neppure una goccia.
Perché oggi, il vero trofeo è vincere, e per vincere va da sé che è presupposta una sfida con qualcuno o con qualcosa; sono i famosi “challenge”, le iniziative sfidanti e tutte le cazzate che ci vengono propinate dai nuovi sacerdoti dell’informazione.
Se hai dubbi non sei un saggio che si pone delle domande, ma uno stolto che non sa decidere da quale parte girare il pollice, uno che “se la mena”, uno sfigato, per parlare con il vocabolario sciatto e becero della nuova era nella quale siamo immersi.
Perché anche le parole hanno perso peso, abituate a correre veloci di bocca in bocca, inaridendo il linguaggio, uccidendo la dialettica per ricondurci all’essenziale, scremando gli incisi e le  inutili considerazioni che non permettono di scivolare veloci sopra la crosta del mondo.
Non è più una lingua, la nostra, ma un vernacolo fatto di neologismi idioti e di inglesismi che hanno il solo scopo di ridurre, sintetizzare, rendere l’idea precisa di una cosa, senza più il sogno della cosa stessa, senza più  l’immaginario individuale e il desiderio recondito e personalissimo di una magnifica utopia.

Giriamo in tondo con una maschera sul volto, come dentro ad un eterno carnevale.
Un musica assordante ci costringe a danzare e non alziamo più la testa per guardare un cielo stellato.
Ci bastano le stelle filanti, quelle che  ci tiriamo addosso fingendo di ridere.

 

Gatto Nero

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