Ogni ordine è un crimine, ogni rivolta un bene

Continuavano a chiamarlo Dignità

in La loro società/Lavoro di

Il frustino di Confindustria

Direttamente dalla Treccani: Dignità“Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso”.

Per quanto attiene il Decreto Dignità iniziamo subito col dire che, all’interno  del Decreto,  primo atto formale di questo nuovo Governo Cinque Stelle-Lega, ci troviamo tutto, tranne che la Dignità.
Al massimo, dopo le prime pagine del documento, ci rendiamo conto che i geni di Palazzo Chigi sono rimasti “un po’ incinta”, ci hanno detto che “il morto sta bene” e cose di questo genere.

In due parole, il Decreto partorito dalla mente fervida dei compari di Luigi Di Maio e da qualche leghista con la terza media, ci mostra però la vera natura, la vera anima di questo ennesimo Governo dell’Italia, diretta espressione del voto popolare, ci mancherebbe.
Per capire però fino in fondo l’essenza del Decreto, a mio avviso bisogna fare una capatina in casa dei  padroni e ascoltare ciò che hanno scritto dalle autorevoli colonne del Sole 24 Ore, il loro giornalino di propaganda, e solo così potremo apprezzare la portata del dibattito oggi in corso nel Paese.
Gli editorialisti del Sole, infatti , hanno riportato integralmente una nota ufficiale di Confindustria nella quale si dice che il decreto-dignità è un segnale molto negativo per il mondo delle imprese. Come abbiamo sempre sostenuto sono infatti le imprese che creano il lavoro. Le regole possono favorire o scoraggiare i processi di sviluppo e hanno la funzione di accompagnare i cambiamenti in atto, anche nel mercato del lavoro. Si dovrebbe perciò intervenire sulle regole quando è necessario per tener conto di questi cambiamenti e, soprattutto, degli effetti prodotti da quelle precedenti. Il contrario di ciò che è avvenuto col decreto “dignità”.
Per chi non ha dimestichezza con il dialetto dei padroni vi serviamo subito la traduzione simultanea: “il decreto è una fesseria che ci fa perdere tempo e forse qualche spiccio. I padroni siamo noi e non voi, perché al Governo ci siete andati con il nostro permesso e  prima di andare a Palazzo Chigi, sia Di Maio che Salvini sono venuti a dirci che avrebbero fatto i bravi. Adesso che è ‘sta storia della dignità?”

Ancora dalla nota ufficiale di Confindustria: “Mentre infatti i dati Istat raccontano un mercato del lavoro in crescita il Governo innesta la retromarcia rispetto ad alcune innovazioni che hanno contribuito a quella crescita. Peraltro, le nuove regole saranno poco utili rispetto all’obiettivo dichiarato – contrastare la precarietà – perché l’incidenza dei contratti a termine sul totale degli occupati è, in Italia, in linea con la media europea. Il risultato sarà di avere meno lavoro, non meno precarietà. Quindi, mentre i dati Istat raccontano un mercato del lavoro in crescita, il Governo innesta la retromarcia rispetto ad alcune innovazioni che hanno contribuito a quella crescita. Preoccupa anche che siano le imprese a pagare il prezzo di un’interminabile corsa elettorale all’interno della maggioranza e che si creino i presupposti per dividere gli attori del mercato del lavoro, col rischio di riproporre vecchie contrapposizioni”.

Traduzione: “stavamo tanto bene con il caporalato, la precarietà con il turbo e i contratti a tempo determinato senza dare spiegazioni (la famosa causale) e adesso ci venite a menare il torrone (i padroni hanno una maggioranza milanese) con l’allungamento dei contratti e i tre rinnovi prima dell’indeterminato! Peraltro, mentre voi vi fate belli con gli zingari e i negri, noi dobbiamo  lavurà, con il rischio che ‘sto decreto faccia rialzare la testa a qualche scapestrato fuori dal tempo, dopo che ci avevamo messo tanto per ficcarli a nanna. A noi servono poche regole e poco chiare, così possiamo fare un po’ come cazzo ci pare; adesso stai a vedere che siccome porto via gli investimenti dopo essermi ciucciato i finanziamenti statali devo pure beccarmi la multa! Roba da matti.

Il messaggio è a dir poco mafioso, tanto è vero che immediatamente dopo la nota di Confindustria,  il cumpariello Di Maio è corso in conferenza stampa cercando di tranquillizzare padroni e padroncini dicendo “che il Governo non è contro le Imprese e che è allo studio un taglio selettivo al costo del lavoro”.
Si tranquillizzino lor signori, che Luigino ce lo ricordiamo tutti quando andò a leccare il culo in Confindustria a pochi giorni dell’inizio del mandato. Pronti via, ecco i tagli al costo del lavoro. Mente umana farebbe fatica a capire cosa altro c’è da tagliare in tema di costi del lavoro ma sono certo che Luigi, che  mente umana non è, riuscirà nell’intento.

E’ sempre la solita storia.
Il decreto dignità è un tiepido, timido segnale rivolto ai gonzi di tutta Italia e che non cambia una virgola rispetto al concetto di precarietà mantenendo intatta la falcidia dei diritti sul lavoro introdotta  dal Jobs Act.
Allunga leggermente i tempi previsti per buttarti fuori dall’azienda e introduce finte causali che un avvocaticchio neo laureato aggirerà senza scomporsi.
Questa è l’essenza del decreto, che conferma drammaticamente il divario tra ricchi e poveri, tra padroni e servi, e lo fa subdolamente, perché allude ad una riforma epocale spacciando il nulla per cambiamento, tipico dei Cinque Stelle.
La Lega però gli ringhia dietro e sulla estensione dei contratti a tempo determinato da 24 a 36 mesi, Salvini ha già fatto la voce grossa, anche perché tempestato di telefonate di protesta dei suoi amici imprenditori del Nord che gli hanno portato voti a strafottere con la promessa di interessarsi solo delle cazzate, tipo la legittima difesa, i negri e i rom brutti e cattivi.

Per chiudere, l’ultimo capoverso della nota di Confindustria tuona come un monito severo: L’Italia è un grande Paese industriale, la seconda potenza manifatturiera in Europa dopo la Germania,  e avrebbe bisogno di regole per attrarre gli investimenti, interni ed esteri. Quelle scritte ieri, invece, gli investimenti rischiano di disincentivarli”.
Capito l’antifona? Il senso è chiaro. Se ci siamo globalizzati ci sarà un motivo; le merci circolano a nostro piacimento, ma le persone no,  e se ci gira il chiccherone portiamo via il culo e andiamo a produrre da un’altra parte, considerato che in Europa ci sono Paesi che farebbero la fila pur di  lavorare a quattro euro al giorno e senza tutele.

Insomma, il fine ultimo di ogni riforma che si muove nello stretto ambito di un sistema capitalista, non è quello di cambiare le cose. Se prima prendevo le legnate in testa, con la riforma le prendo sulla schiena.
Qui il problema sta nel togliere il bastone dalle mani di chi lo usa e non preoccuparsi di dove sarai colpito la prossima volta.

Ma queste cose non si possono dire, perché questa soluzione ha un nome che fa paura.
Si chiama Rivoluzione, e non la vuole fare nessuno.

Almeno adesso.

Buonanotte Popolo.

Andrea Boni

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