Ogni ordine è un crimine, ogni rivolta un bene

Cattiva maestra

in La loro società/Scuola di

Insegnanti con licenza di uccidere

Ogni mattina in Africa, una gazzella si sveglia e sa che deve correre più in fretta del leone o verrà uccisa. Ogni mattina io mi sveglio, e so che, in un modo o nell’altro, nella scuola elementare dove insegno, mi toccherà lottare per non bestemmiare come se non ci fosse un domani e non azzannare alla giugulare la mia fastidiosissima collega che, pur autocelebrandosi come paladina degli innocenti, continua a creare dei danni irreversibili minando autostima e benessere psicologico degli alunni che, da oltre trent’anni, passano tra le sue grinfie.

Plurilaureata e con alle spalle 6450 master di approfondimento didattico, Laura vanta una cultura a scompartimenti spettacolare; se le si chiedesse di spiegare la teoria legata ai numeri triangolari e quadrati – che per me restano un mistero imperscrutabile tanto quanto quello legato alla presenza della suddetta collega sulla Terra – lei risponderebbe sciorinando una serie di blahblahblah in grado di farvi desiderare che la vostra testa si gonfi al punto da esplodere.
Nel caso in cui, invece, le si dovesse chiedere un consiglio su come approcciarsi a una questione legata al benessere psicofisico di un bambino vi guarderebbe con un’espressione vacua come quella di un bovino intento a ruminare.
Ciò che però più mi turba di lei non è tanto questa sua mancanza di empatia quanto il becero razzismo da cui sono velati, e nemmeno poi troppo, alcuni suoi atteggiamenti e affermazioni. Se negli ultimi due anni in cui ho avuto il piacere di lavorare fianco a fianco con lei avessi raccolto uno zibaldone dei suoi pensieri, delle sue teorie e delle sue azioni avrei potuto facilmente scrivere un’enciclopedia di ovvietà tanto banali quanto agghiaccianti che avrebbero sconquassato anche gli stomaci delle persone più meschine.
Cercherò di raccontare i fatti (veri) di cui la mia collega si rende protagonista, ricordandovi che stiamo parlando di una insegnante di ruolo e quindi  con regolare “porto d’armi” conferitole dal Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca. Non so se mi spiego.

Abe è stato fin da subito marchiato con il segno dell’infamia.

Nelle ultime settimane, dopo i continui e costanti diverbi che costellano le mie giornate, ho iniziato ad avere un problema d’incontinenza verbale, con il risultato di vomitare addosso al mondo il malessere che mi pervade ogniqualvolta sento la  voce stridula della collega anticipare il suo arrivo in classe. Ma per quale motivo una persona sana di mente dovrebbe parlare ad alta voce, da sola,  in un corridoio vuoto? Semplice: per aumentare sadicamente l’ansia legata al suo ingresso trionfale in aula. E mentre io inizio a ridere nervosamente come un’idiota pensando a quale sarà l’uscita del giorno e a come fare per mantenere, e far mantenere la calma, i bambini precipitano nel panico più totale cominciando a pulire i banchi con le salviettine umidificate che lei, magnanimamente, ha comprato per tutti perché “l’ordine mentale ha inizio con quello dell’ambiente in cui si vive.
Senza andare troppo in là nel tempo, gli episodi più eclatanti di questi ultimi mesi hanno visto come protagonisti Michael – bimbo italiano estremamente vivace e di famiglia non abbiente – da lei soprannominato Dumbo o Tricheco, scegliete voi, a causa di orecchie un po’ pronunciate e denti decisamente sporgenti, e Abdul, bimbo mussulmano di origine marocchina-rumena a cui lei si rivolge chiamandolo, ovviamente in modo affettuoso, Mezzosangue, nemmeno ci trovassimo in pieno Spoon River.
Michael, a suo dire, ha due colpe: essere povero e non avere peli sulla lingua. Insomma, com’è possibile che un pezzente decenne abbia l’ardire di far notare alla propria maestra l’aver scritto alla lavagna la parola “giografia” anziché “geografia?” Non lo avesse mai fatto! Da quel giorno è stato un crescendo di vessazioni verbali e fisiche. Non solo Dumbo viene spesso trascinato fuori dalla classe in modo veemente e umiliante, ma spesso viene punito con una pena eccessiva rispetto al crimine commesso. Dimentichi la penna cancellabile a casa? Bene, scrivi cento volte sul quaderno delle punizioni –- “non si dimenticano le penne a casa;” ebbene sì, nella nostra classe non ci facciamo mancare nulla, nemmeno questi rigurgiti da scuola anni’50 e questo raffinato metodo montessoriano, pur non essendo tra i più innovativi, ha contribuito a far sí che Michael non dimentichi più la penna a casa.
Non hai più il quaderno di giografia perché tua madre l’ha perso al supermercato? Non sognarti nemmeno di fotocopiare quello di un compagno! Ricopi ogni singola pagina come fossi un amanuense, così impari a non stare attento alle tue cose; d’altronde se a dieci anni hai ancora bisogno della mamma per portare lo zaino a casa è ora che qualcuno ti responsabilizzi e ti indichi che ad azione consegue reazione, e che la reazione, in genere,  è un calcio in culo.
L’episodio migliore è accaduto un paio di settimane fa quando Tricky ha avuto l’ardire di risponderle un po’ cafonescamente, ma con tutte le ragioni del mondo, chiedendole se per caso fosse scema; apriti cielo! Urla che riecheggiavano per tutta la scuola hanno accompagnato la Via Crucis che l’ha visto trasportato di peso, tra lacrime e singhiozzi, in ogni classe costretto a declamare un pubblico mea culpa in cui confessava non solo di essere un somaro ma anche di essere stato una bestia.

A volte è “ehi tu,” a volte “svoncione.

Le ripercussioni per l’atto ostile non si sono ovviamente fermate a questo. Già dotato di un’autostima pari a quella di un chihuahua, l’unico bambino al mondo a essere un quarto elefante, un quarto tricheco, un quarto asino e un quarto cane,  è stato rimosso dall’incarico di protagonista dello spettacolo di fine anno e costretto a rimanere dietro le quinte nelle vesti di passa-abiti ai compagni. A nulla sono valse le proteste mie e delle altre colleghe perché così è deciso e l’udienza è tolta.

Per quanto riguarda Abdul, la questione è più spinosa: figlio di mamma puttana e papà spacciatore, occupanti abusivi di una casa popolare della zona sud di Milano, Abe è stato fin da subito marchiato con il segno dell’infamia. Per lui non è prevista la redenzione perché, tenendo conto della famiglia in cui è nato, questa non potrà mai esserci, qualunque sforzo possa fare per crearsi il suo destino.
Già dal fatto che ne storpi il nome chiamandolo Abidul o con qualunque altro nome arabo, la dice lunga sulla capacità d’inclusione e integrazione di cui è dotata la mia magica collega. Lui è Mimmo, Ahmed, Mustafá ma mai Abdul. A volte è “ehi tu,” a volte “svoncione.” A volte, invece, è trasparente perché la sua presenza in classe è vista come un oltraggio alla purezza della razza italica, quella stessa razza che ha invaso, saccheggiato, devastato altre nazioni.
Ma questa è un’altra storia perché ciò che conta veramente è che lui capisca di essere nato sì nella parte giusta del mondo ma che questo non fa di lui una persona degna di vivere qui; ça va sans dire che gli episodi di razzismo si sprecano. Il peggiore risale al giugno dell’anno scorso quando, dopo un mese vissuto tra scatoloni senza né acqua né luce, Abdul si è presentato a scuola oggettivamente trasandato. E cosa avrebbe fatto una persona sana di mente in quel caso se non far finta di nulla e cercare di rasserenarlo? Ebbene, ancora una volta lei ha deciso di sfoggiare tutte le sue doti pedagogiche urlandogli in faccia – ovviamente davanti ai compagni – che faceva schifo e che il suo odore da negro faceva venire voglia di vomitare. Pianti e gemiti hanno pervaso l’aula; i compagni gli si sono stretti intorno e a nulla sono valse le nostre proteste. Lei, inamovibile, ha chiamato la mamma chiedendole di venire a riprendersi il figlio e di non portarlo più a scuola fino a quando non avesse capito che il sapone è il migliore amico dell’uomo. Tempo zero ho denunciato il fatto alla preside che, da pia donna di chiesa, ha pensato bene, mentre io le raccontavo quello che era accaduto, di iniziare a sgranare il rosario rassicurandomi che quella sera stessa avrebbe provveduto a dire una preghiera per Abdul e i suoi genitori. A quel punto a me è sorta spontanea una domanda: ma davvero non si poteva far niente per rimuovere questa “insegnante” dal suo incarico? Ebbene no, perché innanzitutto, secondo la direzione scolastica, ella non aveva commesso nessun atto lesivo nei confronti del bimbo e in secondo luogo perché, parole testuali della DS, una donna di chiesa come lei non poteva aver fatto quel che aveva fatto con deliberato desiderio di nuocere alla creatura; probabilmente aveva agito in quel modo perché spinta dal desiderio di stimolare la famiglia a riflettere sull’importanza della pulizia fisica che è il riflesso di quella dell’anima. D’altronde se loro fossero delle brave persone non si troverebbero immersi nel mare di merda in cui galleggiano. A questo punto a me non è rimasto altro da fare che unirmi a lei nella preghiera nella speranza che un fulmine divino potesse colpire Laura ma, forse perché Abdul non ha santi in Paradiso o forse a causa del mio ateismo, le mie suppliche non sono state ascoltate e lei continua a dettar legge e a scatenare il panico ovunque vada. Il tutto, ovviamente, nel nome del Signore.

Queen Maeve

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