Ogni ordine è un crimine, ogni rivolta un bene

Anarchia e prigioni

in Archivio anarchico/Teoria di

Guardare agli effetti per dimenticare le cause

È evidente, oggi più di ieri, come la finalità penale delle carceri ha la sua ragione d’essere nella diffusione dello spirito di vendetta. E che sempre ha la meglio su quella del recupero sociale.
Se il discorso pubblico sulle carceri viene oggi monopolizzato dallo slogan dell’“infame, marcisci in galera”, sarà più che mai utile farsi un giro tra i numerosi scritti anarchici che hanno trattato il tema per uscire da tale bestialità senza ritorno.

Le carceri sono costruite per i più sprovveduti, non per i criminali.

Petr Kropotkin sostiene che l’unica risposta alla domanda “Che cosa possiamo fare per perfezionare il sistema penale?” sia: niente. È impossibile perfezionare una prigione e attendersi buoni risultati se si versa vino buono in una bottiglia piena di muffa. Con l’eccezione di pochi trascurabili cambiamenti, non vi è assolutamente altro da fare che distruggerla. Il principio di fondo di ogni prigione è sbagliato, in quanto priva l’uomo della libertà. E fino a che si priva l’uomo della libertà, non si riuscirà a renderlo migliore, ma non si farà altro che coltivare criminali a vita.
Innanzitutto, i detenuti sono per la stragrande maggioranza i pesci piccoli, mentre quelli grossi sono in libertà e godono del rispetto di tutti. Conosciamo tutti che esistono grandi compagnie finanziarie concepite allo scopo di prosciugare ed affamare interi popoli, e che i fondatori di queste gigantesche rapine organizzate vivono impuniti e in libertà. A riprova che “La legge è uguale per tutti (i reietti)”.
Le carceri sono costruite per i più sprovveduti, non per i criminali.
C’era un tempo in cui la medicina era l’arte di somministrare sostanze scoperte con difficoltà per via sperimentale. Ma, al giorno d’oggi, piuttosto che guarire le malattie, la medicina attuale tenta innanzitutto di prevenirle.
Dovremo intraprendere la stessa strada anche per quel grande fenomeno sociale che continuiamo a chiamare “crimine”, ma che i nostri figli chiameranno “malattia sociale”. Prevenire questo disturbo sarà la cura migliore. E per far questo bisogna guardare alle cause che producono i comportamenti antisociali che chiamiamo crimini, con una premessa: se concorriamo alla gloria dei nostri eroi e dei nostri geni, concorriamo anche alle azioni dei nostri assassini.

Le prigioni, questi monumenti alla ipocrisia e alla viltà degli uomini.

Ogni anno migliaia di bambini crescono nella lordura morale e materiale delle nostre grandi città, in mezzo a una popolazione demoralizzata dalla precarietà dell’esistenza. Essi crescono senza poter impiegare dignitosamente le proprie energie. Quando vediamo la popolazione infantile delle grandi città vivere in questo modo, è sorprendente che solo una parte esigua di essa si trasformi in banditi e assassini.
E che cosa vede il bambino che cresce in strada all’altra estremità della scala sociale? Uno stupido e insensato lusso, negozi eleganti, scritte che esaltano la ricchezza, l’idolatria del denaro che incita a desiderare di essere sempre più ricchi, la smania di vivere a spese degli altri. Il motto è: “Arricchisciti. Distruggi tutto ciò che ti è d’ostacolo, e fallo in ogni modo possibile, stando, però, attento a non finire in galera”.
La stessa società crea ogni giorno persone incapaci di condurre una vita di onesto lavoro e animate da intensi desideri antisociali. Queste persone sono celebrate quando i loro crimini sono coronati dal successo finanziario; punite con il carcere quando i loro sforzi non hanno “successo”. Non avremo più bisogno di prigioni, carnefici e giudici quando la rivoluzione sociale avrà radicalmente modificato i rapporti tra capitale e lavoro, quando non ci saranno più oziosi, quando ognuno potrà lavorare seguendo le proprie inclinazioni al bene comune.
L’uomo è il prodotto dell’ambiente in cui vive e trascorre il suo tempo. Se è abituato, fin dall’infanzia, a essere considerato parte della società nel suo complesso, a capire che non può fare del male a qualcuno senza subirne le conseguenze, allora troveremo pochi casi di trasgressione delle leggi morali.
Un’indagine approfondita rivelerebbe che nove reati su dieci hanno come cause dirette o indirette le nostre diseguaglianze economiche e sociali, il nostro spietato sistema di rapina e di sfruttamento. Non vi è criminale, per quanto stupido, che non sia consapevole di questo terribile fatto, anche se non è in grado di spiegarlo.
I crimini contro la proprietà scompariranno con la scomparsa della proprietà privata. Per quanto riguarda le azioni violente contro le persone, esse già diminuiscono in proporzione alla crescita della coscienza sociale e scompariranno quando affronteremo le cause invece degli effetti del crimine.
Ciò di cui i detenuti hanno bisogno oggi è qualcuno che sia loro di aiuto; qualcuno che contribuisca, sin dall’infanzia, a sviluppare le facoltà superiori delle loro menti; facoltà il cui sviluppo naturale è stato ostacolato o da un difetto organico o dalle condizioni disumane che la stessa società crea per milioni di persone.
La libertà e la fratellanza sono gli unici rimedi da applicare alle malattie dell’organismo umano che conducono al cosiddetto crimine.
La prigione non serve ai propri scopi. Degrada la società. È un residuo di epoche barbare mescolato a filantropia gesuitica.
Il primo compito della rivoluzione sarà quello di abolire le prigioni, questi monumenti alla ipocrisia e alla viltà degli uomini. Non bisognerebbe temere alcun comportamento antisociale in una società di uguali, composta da individui liberi, ognuno dei quali avrà ricevuto una sana istruzione e acquisito l’abitudine di aiutare il suo prossimo. La maggior parte di questi comportamenti non avrà più alcuna ragione d’essere. Gli altri saranno stroncati sul nascere.
Per quanto riguarda gli individui con inclinazioni malvagie che la società esistente ci consegnerà dopo la rivoluzione, sarà nostro compito impedire alle loro inclinazioni di esprimersi. Ciò già avviene con successo grazie alla compattezza che tutti i membri della comunità oppongono a questi aggressori. Se pure non dovessimo riuscire, in ogni caso gli unici rimedi pratici rimangono il trattamento fraterno e il sostegno morale.
Questa non è utopia. Il metodo è già praticato da individui isolati e diventerà regola generale. Esso proteggerà la società da comportamenti antisociali molto più efficacemente dell’attuale sistema punitivo che non è altro che una fonte inestinguibile di nuovi crimini. Mentre le cause restano.

Maze


estratto dal testo “Le prigioni e la loro influenza morale sui prigionieri” di Petr Kropotkin

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