Ogni ordine è un crimine, ogni rivolta un bene

Andate in pace, la Messa è finita

in TV Sorrisi e Cazzoni di

Il Peccato Originale

E il Festival di Sanremo è di nuovo tra noi.
Tutta questa febbre che è salita vertiginosamente nelle settimane e nei giorni precedenti all’evento, fino ad esplodere  al suo debutto, mi aveva messo addosso una frenesia che ha reso l’attesa elettrizzante.
Le interviste, le passerelle, i fiori, il clamore e  le canzoni misteriose di cantanti altrettanti misteriosi: Dioato, Bungaro, Renzo Rubino, Giovanni Caccamo, Annalisa.
Ma chi saranno? Forse nemmeno esistono, però i loro nomi echeggiano per tutta la penisola come spinti da venti poderosi. Oppure figure che evocano immediatamente l’ infanzia e la prima giovinezza, come Ornella Vanoni, Riccardo Fogli e Pippo Baudo che mi trascinano in un’altra era geologica  eppure viva nel presente di mille schermi al plasma. Una macchina del tempo, una nemesi storica.

e sembra di assistere allo sbarco sulla Luna in un rituale che si ripete, esattamente identico all’anno prima

Del Festival, purtroppo, non ho visto nulla. Neppure un secondo, neppure un fotogramma in differita, niente.
Ma non è questo il punto.  Non serve vedere; è l’immaginario che scatena l’emozione e mi fa roteare nel blu dell’Italia che canta.
Di Sanremo è importante concentrarsi sull’attenzione, quasi spasmodica,  che stampa, televisioni, radio e web dedicano alla manifestazione, e sembra di assistere allo sbarco sulla Luna in un rituale che si ripete, esattamente identico all’anno prima, per ogni anno a venire e per tutti quelli che sono venuti. Come immobile in un tempo movente.
Spulciando le prime pagine dei quotidiani di qualche anno fa  è incredibile notare come addirittura le parole che descrivono la kermesse si ripetano, omologate in un linguaggio sanremese che non può sfuggire alla sua  logica metafisica, catalizzando  l’attenzione di un’intera nazione.
Per cinque giorni di fila il Paese sospende le ostilità e dichiara una tregua. Una ipnosi inspiegabile quanto sacra.
Personaggi sepolti sotto quattro metri di terra risorgono dopo secoli di quaresima e tornano a brillare come non fossero mai morti.
E’ il rituale cristiano della vita eterna, del ritorno al Padre, e la folla, adorante, ne celebra la santificazione in una Pasqua solenne e un po’ ridicola, come tutte le Pasque.
Anche  se il nome del  vincitore del festival viene puntualmente  rimosso qualche ora dopo la sua eroica impresa, tuttavia si fanno le ore piccole per assistere all’orgasmo del momento finale.
Provate a chiedere ad uno spettatore qualsiasi il nome del vincitore dell’edizione precedente, o addirittura quello di tre anni fa; non otterrete risposta e vi guarderanno con aria strana, smarrita, perché non conta il “chi”, e neanche il “come”, ma il “cosa”. E la “Cosa” è il Festival, è Sanremo. Niente altro.
Sanremo è il mistero della nascita,  è la “causa incausata”, dilemma caro a  schiere di filosofi da duemila anni a questa parte che immaginavano un motore immobile  che dà origine a tutto.
Non sappiamo perché, ma esso esiste ed è perfetto nella sua perfezione.

Non stanno presentando una canzone, stanno recitando una preghiera

Le canzoni, quasi tutte e in tutte le edizioni, non lasciano il segno, sono eteree e  i presentatori sono ridicoli, loro malgrado, ma ridicoli. Costretti dalla  formula ripetitiva che li chiude in una bolla pomposa quanto assurda, ad annunciare cento volte nome e cognome degli autori, titolo del pezzo, nome del cantante e nome del direttore d’orchestra  in un rituale snervante che finisce per sfociare nella catalessi.
Non stanno presentando una canzone, stanno recitando una preghiera, e l’Ariston smette di essere un teatro e assurge al ruolo di cattedrale. E’ religione pura, niente di profano.
E così,  undici milioni di persone assistono in diretta al rito e altre undici ne parlano o ne seguono i resoconti il giorno dopo, proprio come chi va in chiesa la domenica mattina e poi, un attimo dopo, “ite missa est”, esce e va a comprare le pastarelle per il pranzo della domenica.
Questi “fedeli” non ricordano il nome e la faccia del parroco che gli ha scassato le palle con il solito sermone, ma ci vanno perché la domenica si va in chiesa. Punto. L’importante è non dirglielo, non metterli alle strette con domande puntute sulle loro contraddizioni  perché reagirebbero male e, sdegnati, risponderebbero che loro vanno in chiesa perché ci credono e sentono il bisogno di avvicinarsi al Cristo Nostro Signore, a differenza tua che sei un senza Dio e trabocchi di odio e di invidia.
Così accade per il Festival, l’altra grande liturgia della nostra bella Italia.
E’ permesso criticarlo, ed è anche  permesso fare del sarcasmo, oppure non vederlo, ma sempre nel grande alveolo della celebrazione e del riconoscimento del fatto compiuto perché si deve compiere.
Si può essere contrari alla formula del festival e si può evocare, come alcuni intrepidi riformisti fecero in passato, una gara riservata  solo ai cantautori di qualità, ma tutto deve accadere “dentro” l’evento e non fuori da esso.
Perché il Festival c’è, e ci deve essere.

Come lo Stato e come tutti gli Stati. Come il Governo e come tutti i Governi.
Contro di essi esiste la libertà di parola ed è lecito  esprimere il dissenso, anche poderoso, arrabbiato magari.
E posso mettere alla berlina il politico di turno con una satira tagliente o posso attaccarlo frontalmente sfidandolo a singolar  tenzone, o sputtanare il regime  dalle pagine di un giornale.
Posso fare tutto nei confronti di uno Stato e di un  Governo, ma sempre e solo riconoscendone implicitamente la sua “naturale” esistenza.
La Causa Incausata, dove prima  di essa, esiste il nulla.

C’è solo una cosa che non posso fare e neppure pensare nei confronti di uno Stato o di un  Governo.
Abbatterlo.
E’ questo l’unico, severo divieto che non possiamo trasgredire.

Questo, il peccato originale di un anarchico.
Questo, il suo marchio di infamia.

Gatto Nero

 

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